Delitto Yara, le motivazioni di appello: il dna è di Bossetti, 

Gli avvocati del muratore hanno chiesto ripetutamente di eseguire una nuova perizia sui campioni genetici isolati suo legging e sugli slip di Yara, rapita dalla palestra di Brembate il 26 novembre 2010 e ritrovata morta tre mesi in un campo di Chignolo d'Isola. Aveva tredici anni, amava la ginnastica ritmica, studiava dalle suore ed è scomparsa poco dopo le sei e mezza di sera sulla strada che dal centro sportivo porta alla villetta dei Gambirasio. A caricarla sul suo furgone e a ucciderla, hanno stabilito i giudici di primo e secondo grado, è stato il muratore trentasettene, padre di tre figli, gran lavoratore. Lui si è sempre proclamato innocente, ma ad incastrarlo ci sono le foto del suo camion che gira attorno alla palestra la sera della scomparsa della ragazzina e soprattutto quel materiale biologico sui vestiti di Yara. Reperti su cui i legali hanno chiesto un'ulteriore verifica, respinta dal collegio della corte d'assise d'appello presieduta da Enrico Fischetti.
"Quel che è certo, in ogni caso, è che non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea a consentire nuove amplificazioni e tipizzazioni - si legge nelle motivazioni - Si deve quindi ribadire ancora una volta e con chiarezza che una eventuale perizia, invocata a gran voce dalla difesa e dallo stesso imputato, non consentirebbe nuove amplificazioni e tipizzazioni, ma sarebbe un mero controllo tecnico sul materiale documentale e sull'operato dei Ris". In sostanza, dunque, "la famosa perizia genetica sarebbe necessariamente limitata a una mera verifica documentale circa la concorrenza dell'operato dei Ris e dei consulenti dell'accusa, pubblica e privata".
CLAMORE MEDIATICO
La difesa, scrivono i giudici, "si è anche lamentata del processo e del clamore mediatico che aveva coinvolto la vicenda di Yara". E' indubbio, precisano i magistrati, "che il processo per l'omicidio di Yara, oltre a svolgersi nelle aule di giustizia, con le garanzie a cui si è fatto riferimento, si è svolto sui media alimentandosi di notizie vere e di notizie false". Ma tutto questo rumore di sottofondo "non ha in alcun modo potuto influenzare la regolarità e la serenità del processo". Peraltro, conclude la corte, appare alquanto singolare e paradossale che la difesa e l'imputato dopo aver fatto riferimento alla necessità "di chiudere i giornali, di spegnere la tv e di abbandonare il web", abbiano dato il loro consenso alle telecamere in aula. Fonte Il Mattino 
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