Marco ucciso dall'amico, spunta la verità del fratello

Ha chiesto di essere ascoltato di nuovo dal pubblico ministero Michele Caporroli, il fratello di Marco Mongillo, Vincenzo. Ma lo farà alla presenza del suo difensore di fiducia, Alessandro Di Nardo, per chiarire alcune circostanze non emerse nel corso del primo interrogatorio dell’8 luglio. Mentre continua convulsamente a pubblicare foto e video del fratello sui social network, Vincenzo si chiude sempre di più in se stesso. Non esce di casa. Pochi contatti con gli amici.

Ma ora parlerà, Vincenzo. Solo agli inquirenti, certo. Il fronte delle indagini per la morte di Marco è fermo: ieri è stata depositata nell’ufficio del pm della Procura di Santa Maria Capua Vetere la perizia tecnica del Racis che dimostrerebbe la presenza di più impronte digitali sull’arma del delitto. Sono state acquisite alcune immagini catturate da due telecamere del rione e nella strada dove è stata ritrovata la pistola. Insomma, questa è la settimana decisiva per arrivare a un punto di svolta sul movente dell’omicidio di Marco, ucciso con un unico colpo di una Browning calibro 7,65 in fronte, in maniera così inspiegabile.

Ma la novità sostanziale, in realtà, potrebbe arrivare proprio dalla deposizione di Vincenzo che potrebbe svelare come sia finita al quarto piano del palazzo in via Cappuccini a Caserta la pistola comprata cinque mesi prima da Antonio Zampella, reo confesso dell’omicidio. Antonio ha raccontato di aver preso l’arma a Castelvolturno cinque mesi fa, quando uno dei suoi migliori amici, Vincenzo Mongillo, appunto, aveva invece comprato un cane bianco. Lo stesso cane con cui gioca Antonio nel video che precede l’omicidio, pubblicato su facebook da Vincenzo. Singolari coincidenze. E se Vincenzo sapeva dell’acquisto della pistola? Pura ipotesi. Che Antonio, però, ha smentito nella prima fase delle indagini. Anche lui, davanti al gip, ha cercato di limitare i «danni» con un racconto diverso dal primo fornito al pm. Tutti si chiedono il perché della morte di Marco, persino gli ultras della Casertana che apertamente, con uno striscione, una settimana fa si sono schierati dalla parte della vittima. Facile farlo. Perché Marco era innocente, pedina piccola di un gioco perverso con la pistola, se di gioco si tratta.

Il punto difficile è svelare particolari e ricostruzioni vicine alla realtà che si rincorrono tra i vicoli stretti dei rioni Vanvitelli, Santa Rosalia e Michelangelo: i tre parchi popolari lasciati al loro destino dalle istituzioni.
Si tratta di «microcosmi» dove nessuno entra. Ci prova la chiesa con le sue opere di evangelizzazione. «Proprio in quel quartiere, dove è accaduto l’omicidio, su quella scala, ci sono credenti e persone vicine alla nostra chiesa - ha spiegato don Antonello Giannotti qualche giorno fa - il fatto che sia successo l’omicidio di Marco proprio lì, mi ha fatto pensare che c’è lo zampino del diavolo, da uomo di chiesa penso questo». È arrabbiato, don Antonello. Dall’altare, il giorno del funerale di Marco, ha dichiarato che non vuole più celebrare funerali di giovani anime. Ci sono ancora molti punti oscuri.

Ieri c’è stato un vertice in Procura a Santa Maria Capua Vetere con i carabinieri del comando provinciale di Caserta e il procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere, Maria Antonietta Troncone. Su tutto, campeggia il sospetto che la verità stia già circolando in queste ore nei rioni di Caserta, prima ancora che negli uffici degli inquirenti, dove stanno continuando a sfilare testimoni e amici di Marco. Soprattutto i ragazzi del gruppo che frequentava Vincenzo Mongillo. Per due volte il fratello di Marco avrebbe cambiato versione dei fatti restando però fermo su un punto: al momento dello sparo lui in quella casa non c’era. Ora, potrebbe riuscire a trasformare quella ricostruzione in una versione credibile. In fondo, è lui stesso che lo chiede a Marco sulla sua bacheca facebook: «Dammi la forza. E amami più che puoi. Mi manchi». Fonte Leggo


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