«Un poliziotto ha fatto sparire la pen drive dal covo di Zagaria»

Su un punto il capo della Procura di Napoli non ha dubbi: la pen drive c'era in quel covo ed è sparita proprio nella mattina del blitz in cui è finito in manette il boss Michele Zagaria. Poi c'è un'altra convinzione in Giovanni Colangelo: le indagini vanno avanti, non sono terminate, «se sapessi chi è il poliziotto che ha fatto sparire quella pen drive, di sicuro non sarebbe a piede libero».

Un giallo, che resta tale, anche se la storia del covo di via Mascagni non è ancora finita. Anzi. Dice il capo dei pm napoletani: «La partita va avanti, il caso non è chiuso». Sono le due in punto a Palazzo San Macuto, quando il procuratore Colangelo prende la parola dinanzi alla commissione parlamentare antimafia. Ospite d'eccezione, la sua audizione - solo a tratti secretata - serve a mettere a fuoco gli esiti dell'inchiesta Medea, quella sulle somme urgenze per gli interventi di restauro dell'acquedotto campano. Clan, politica e imprese. Passano venti minuti, capitolo collusioni tra forze dell'ordine e clan, si entra nel vivo della questione: il caso della cattura di Zagaria, alla luce della possibile scomparsa della pen drive dell'ex latitante dal covo di via Mascagni. Era il 7 dicembre del 2011, Colangelo ripercorre i capitoli di una vicenda che non esita a definire «inquietante». C'è un primo punto anomalo in questa vicenda, per altro raccontato in tempo reale dal Mattino, con uno scoop della giornalista Rosaria Capacchione (oggi senatrice e componente della commissione antimafia, ndr): quando il boss venne tradotto in cella, disponeva di soldi che non gli erano stati sequestrati.

Prima anomalia, che si aggiunge a quella che sarebbe emersa dopo - spiega il procuratore - con le intercettazioni dei fratelli Augusto e Raffaele Pezzella. Entrambi ritenuti legati all'ala imprenditoriale del clan Zagaria, svelano in una intercettazione ambientale l'esistenza della pen drive a forma di cuoricino; un particolare appreso da un altro imprenditore, a sua volta legato alla famiglia di Casapesenna: «A questo punto - dice il magistrato - la nostra attenzione si focalizza su Orlando Fontana», l'uomo che avrebbe versato 50mila euro nelle mani di un non meglio precisato funzionario della Mobile di Napoli per ottenere la pen drive scomparsa dal covo di Zagaria e per restituirla a un non meglio precisato «casapesennese».

Silenzio in aula. Fioccano poi le domande sul punto - anche a monitor spenti - ma nessuno cita gli investigatori arrivati per primi nel covo di Zagaria. I nomi sono presenti invece nelle carte del Ros dei carabinieri che hanno condotto le indagini, ma anche nella misura cautelare che tiene in cella Orlando Fontana per un'ipotesi di corruzione aggravata. Stando alla ricostruzione del gip, i primi ad arrivare a tu per tu con Zagaria furono l'ex capo della Mobile Vittorio Pisani, il capo della Mobile casertana Alessandro Tocco e l'ex questore Guido Longo: tre eccellenze nel panorama investigativo che - bene chiarirlo - non risultano neppure sfiorati dalle indagini sulla scomparsa della pen drive. Cercano di approfondire il caso, i parlamentari Marco Di Lello e la stessa Capacchione, al punto tale che per un paio di volte l'audizione viene secretata. Colangelo sul punto è chiaro: «La pen drive c'è ed è sparita, non abbiamo perso la speranza di capire cosa è successo e chi è stato a farla sparire». Esplicito il riferimento alla consulenza sul computer del boss, che segnala l'introduzione di una pen drive (viene indicata marca, modello e finanche la «tradizionale forma di cuore», a conferma del contenuto della intercettazione dei Pezzella), alle 6.18 del giorno dell'arresto. Agli atti vengono inoltre elencati altri particolari di cui erano a conoscenza i Pezzella: come il permesso accordato al boss di farsi la doccia, al quale uno dei suoi vivandieri porterà abiti freschi. Passaggi di mano sospetti.

Inchiesta in corso, come emerge dagli esiti delle ultime indagini offerte due giorni fa al Tribunale del Riesame di Napoli (presieduto dal giudice Maria Vittoria Foschini): negli ultimi giorni, la Dda di Napoli ha ascoltato Augusto Pezzella, che ha probabilmente confermato alcuni tasselli legati all'arresto di Orlando.

E non è tutto. La storia dell'inchiesta Medea non è finita, come ribadisce lo stesso procuratore partenopeo, anche alla luce di un altro particolare: «In questi giorni, i carabinieri stanno ascoltando Luciano Licenza, uno degli imprenditori legati al caso delle somme urgenze». Ma non c'è solo l'inchiesta Medea a Palazzo San Macuto. Colangelo parla anche delle indagini sulla Concordia cpl e sul coinvolgimento dell'ex senatore Pd, (nonché ex vicepresidente della commissione parlamentare antimafia), Lorenzo Diana. Indagini che spingono il procuratore Colangelo a ricordare che «ci vuole cautela prima di concedere una patente di legalità», anche a proposito del tentativo di alcune aziende (capitanate dagli imprenditori Fontana) di sfruttare le associazioni antiracket «per rifarsi una verginità». Ma non si limita a rispondere alle domande, tanto da rivolgere un appello alle istituzioni ad affrontare il caso Napoli anche sotto un profilo non strettamente penale: le indagini su Forcella, Ponticelli o Torre Annunziata insegnano «che si è pericolosamente abbassata l'età criminale», come raccontano le indagini sulle «paranze dei bimbi»: «Noi arrestiamo e processiamo, bisogna riempire i vuoti con altri tipi di approcci».

CASERTA


«La pen drive era dentro il covo, scopriremo chi l'ha fatta sparire»

Giovedì 30 Luglio 2015 03:20
di Leandro Del Gaudio

Su un punto il capo della Procura di Napoli non ha dubbi: la pen drive c'era in quel covo ed è sparita proprio nella mattina del blitz in cui è finito in manette il boss Michele Zagaria. Poi c'è un'altra convinzione in Giovanni Colangelo: le indagini vanno avanti, non sono terminate, «se sapessi chi è il poliziotto che ha fatto sparire quella pen drive, di sicuro non sarebbe a piede libero».

Un giallo, che resta tale, anche se la storia del covo di via Mascagni non è ancora finita. Anzi. Dice il capo dei pm napoletani: «La partita va avanti, il caso non è chiuso». Sono le due in punto a Palazzo San Macuto, quando il procuratore Colangelo prende la parola dinanzi alla commissione parlamentare antimafia. Ospite d'eccezione, la sua audizione - solo a tratti secretata - serve a mettere a fuoco gli esiti dell'inchiesta Medea, quella sulle somme urgenze per gli interventi di restauro dell'acquedotto campano. Clan, politica e imprese. Passano venti minuti, capitolo collusioni tra forze dell'ordine e clan, si entra nel vivo della questione: il caso della cattura di Zagaria, alla luce della possibile scomparsa della pen drive dell'ex latitante dal covo di via Mascagni. Era il 7 dicembre del 2011, Colangelo ripercorre i capitoli di una vicenda che non esita a definire «inquietante». C'è un primo punto anomalo in questa vicenda, per altro raccontato in tempo reale dal Mattino, con uno scoop della giornalista Rosaria Capacchione (oggi senatrice e componente della commissione antimafia, ndr): quando il boss venne tradotto in cella, disponeva di soldi che non gli erano stati sequestrati.

Prima anomalia, che si aggiunge a quella che sarebbe emersa dopo - spiega il procuratore - con le intercettazioni dei fratelli Augusto e Raffaele Pezzella. Entrambi ritenuti legati all'ala imprenditoriale del clan Zagaria, svelano in una intercettazione ambientale l'esistenza della pen drive a forma di cuoricino; un particolare appreso da un altro imprenditore, a sua volta legato alla famiglia di Casapesenna: «A questo punto - dice il magistrato - la nostra attenzione si focalizza su Orlando Fontana», l'uomo che avrebbe versato 50mila euro nelle mani di un non meglio precisato funzionario della Mobile di Napoli per ottenere la pen drive scomparsa dal covo di Zagaria e per restituirla a un non meglio precisato «casapesennese».

Silenzio in aula. Fioccano poi le domande sul punto - anche a monitor spenti - ma nessuno cita gli investigatori arrivati per primi nel covo di Zagaria. I nomi sono presenti invece nelle carte del Ros dei carabinieri che hanno condotto le indagini, ma anche nella misura cautelare che tiene in cella Orlando Fontana per un'ipotesi di corruzione aggravata. Stando alla ricostruzione del gip, i primi ad arrivare a tu per tu con Zagaria furono l'ex capo della Mobile Vittorio Pisani, il capo della Mobile casertana Alessandro Tocco e l'ex questore Guido Longo: tre eccellenze nel panorama investigativo che - bene chiarirlo - non risultano neppure sfiorati dalle indagini sulla scomparsa della pen drive. Cercano di approfondire il caso, i parlamentari Marco Di Lello e la stessa Capacchione, al punto tale che per un paio di volte l'audizione viene secretata. Colangelo sul punto è chiaro: «La pen drive c'è ed è sparita, non abbiamo perso la speranza di capire cosa è successo e chi è stato a farla sparire». Esplicito il riferimento alla consulenza sul computer del boss, che segnala l'introduzione di una pen drive (viene indicata marca, modello e finanche la «tradizionale forma di cuore», a conferma del contenuto della intercettazione dei Pezzella), alle 6.18 del giorno dell'arresto. Agli atti vengono inoltre elencati altri particolari di cui erano a conoscenza i Pezzella: come il permesso accordato al boss di farsi la doccia, al quale uno dei suoi vivandieri porterà abiti freschi. Passaggi di mano sospetti.

Inchiesta in corso, come emerge dagli esiti delle ultime indagini offerte due giorni fa al Tribunale del Riesame di Napoli (presieduto dal giudice Maria Vittoria Foschini): negli ultimi giorni, la Dda di Napoli ha ascoltato Augusto Pezzella, che ha probabilmente confermato alcuni tasselli legati all'arresto di Orlando.

E non è tutto. La storia dell'inchiesta Medea non è finita, come ribadisce lo stesso procuratore partenopeo, anche alla luce di un altro particolare: «In questi giorni, i carabinieri stanno ascoltando Luciano Licenza, uno degli imprenditori legati al caso delle somme urgenze». Ma non c'è solo l'inchiesta Medea a Palazzo San Macuto. Colangelo parla anche delle indagini sulla Concordia cpl e sul coinvolgimento dell'ex senatore Pd, (nonché ex vicepresidente della commissione parlamentare antimafia), Lorenzo Diana. Indagini che spingono il procuratore Colangelo a ricordare che «ci vuole cautela prima di concedere una patente di legalità», anche a proposito del tentativo di alcune aziende (capitanate dagli imprenditori Fontana) di sfruttare le associazioni antiracket «per rifarsi una verginità». Ma non si limita a rispondere alle domande, tanto da rivolgere un appello alle istituzioni ad affrontare il caso Napoli anche sotto un profilo non strettamente penale: le indagini su Forcella, Ponticelli o Torre Annunziata insegnano «che si è pericolosamente abbassata l'età criminale», come raccontano le indagini sulle «paranze dei bimbi»: «Noi arrestiamo e processiamo, bisogna riempire i vuoti con altri tipi di approcci».

A questo punto è il presidente Rosi Bindi a chiedere un parere sul disegno di legge che disciplina intercettazioni e tempi delle indagini: «Assegnare solo tre mesi al pm per la decisione dopo la chiusura delle indagini preliminari potrebbe porre una serie di difficoltà elevatissime: è noto a tutti che vi è un forte arretrato negli uffici giudiziari, che ha reso utopica la definizione di un procedimento nei termini indicati dal Codice e questo non solo per quel che riguarda la fase delle indagini ma anche e soprattutto la fase del giudizio». E le intercettazioni? «Sono uno strumento indispensabile di indagine, parlo di quelle giurisdizionali, le altre non mi riguardano».

Ultima battuta sulla domanda del parlamentare Marcello Taglialatela, a proposito della decisione di arrestare Pio Del gaudio (poi scarcerato) con un elicottero: «L'esecuzione degli arresti non spetta al pm, ma riguarda il lavoro della polizia giudiziaria. Guai se non fosse così». Fonte Il mattino

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