Concorsi pubblici, la differenza la fa l'ateneo: premiate le facoltà con i voti più bassi

Il voto di laurea non è poi così importante. A fare la differenza nei curricula dei partecipanti ai concorsi pubblici, a breve, non sarà più il quanto, bensì il dove. Determinante sarà l'ateneo. Un emendamento, votato giovedì scorso, al disegno di legge sulla Pubblica amministrazione mira, infatti, al «superamento del mero voto minimo di laurea quale requisito per l'accesso», sottolineando la «possibilità di valutarlo in rapporto ai fattori inerenti all'istituzione che lo hanno assegnato». Tradotto, significa che la preparazione di un laureato non può essere sintetizzata con una valutazione numerica, ma questa deve essere rapportata all'indirizzo di studi e all’università in cui la laurea è stata conseguita. Insomma, non tutti i 110 hanno lo stesso valore. Conta la storia dello studente e, ancora di più, la sua “geografia”.

IL GIUSTO INDIRIZZO
Così se fino ad oggi, ci si doveva preoccupare di conseguire un voto più alto di quello previsto come base per accedere ai concorsi, da domani si potrebbe dover essere costretti a conquistare anche il giusto indirizzo di laurea, inteso come sede di istituto prima ancora che come categoria di studi, che comunque peserà. A parità di numeri, una laurea in ingegneria potrebbe valere più di una in lettere: i voti più alti - i secondi superiori del 10% secondo AlmaLaurea - dimostrerebbero una maggiore facilità, che potrebbe, e forse da norma dovrebbe, essere riequilibrata in sede di valutazione di curriculum. Non solo. Il voto dovrebbe essere rapportato alla media delle votazioni per ateneo e indirizzo. Perciò, la laurea all'università Vita Salute San Raffaele, a Milano, dove è addirittura del 112,3 - contando 113 il 110 e lode - potrebbe valere meno di quella conseguita all’università di Urbino, dove è di 95,5.

EFFETTI PARADOSSALI
Il paradosso è che questi valori sono spesso in netta contraddizione con i parametri internazionali di qualità degli atenei. Proprio Urbino, che con il sistema ipotizzato nella nuova legge vedrebbe i suoi laureati particolarmente valorizzati, risulta ben lontana dai primi posti nella classifica di qualità elaborata per conto del ministero dall’Anvur (l’agenzia nazionale di valutazione). Un’altra graduatoria, quella di U-Multirank, database Ue che mette a confronto le università del mondo secondo 31 indicatori, pone in testa Bocconi, Politecnico di Milano e Trieste e, agli ultimi posti, Cassino, Messina e Reggio Calabria. Ma, secondo i nuovi indicatori nazionali, Trieste, con la media di 105, potrebbe “pesare” meno di Cassino con 97,6.

LE POLEMICHE
Immediate e decisamente accese le polemiche. Il problema è evidente, tanto da vantare ai primi posti tra i perplessi, perfino Marco Meloni, deputato Pd, firmatario dell’emendamento. «Per me il punto principale - spiega - è evitare che gli studenti scelgano università o corso di laurea in base al differente sistema di assegnazione dei voti. Ci sono laureifici a costo, spesso, non basso che rischiano di distorcere il sistema. Eliminiamo il filtro del voto minimo per la partecipazione ai concorsi pubblici. E togliamo, ove possibile, l'accesso limitato solo ad alcuni percorsi di studi». L'emendamento votato, però, mantiene il filtro del risultato minimo, introducendo la variabile dell’ateneo. «In questa chiave - prosegue - va ripensato. Il parametro dell'ateneo rischia di penalizzare università con poche risorse, penso in particolare a Sud e isole». A sollevare il vespaio però, è proprio il metro delle Università. «Una cosa è pensare alla normalizzazione dei voti, anche se si tratta di un’operazione delicata e complessa - dice Francesco Ferrante di AlmaLaurea - altra è dire che le università sono diverse in termini di qualità. I ranking attualmente disponibili sono poco affidabili e discutibili sul piano metodologico. Senza dire che affermare per legge che un’università è migliore di un'altra comporterebbe nei fatti un affievolimento del valore legale del titolo di studio».

I PRINCIPI COSTITUZIONALI
Alberto Campailla, portavoce nazionale Link Coordinamento Universitario, definisce la norma «classista». Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief, con questa norma «si violenteranno diversi principi costituzionalmente protetti». «Se esiste il valore legale del titolo di studio - dice Stefano Paleari, presidente Crui - la laurea deve pesare allo stesso modo. Oppure hanno pensato di intervenire abolendo il valore legale del titolo di studio?». Risponde Meloni: «Il valore legale esiste e deve essere mantenuto per accedere a determinati professioni e impieghi pubblici. Credo sia necessario rimuovere certi vincoli rispetto alla possibilità di partecipare a concorsi pubblici basati su voto e classi di laurea». Fonte Leggo

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