Scopre l’omosessualità della moglie? Negato l’addebito della separazione

La relazione omosessuale della moglie non è causa di addebito della separazione se la concomitante scoperta dell’omosessualità, collocata in un rapporto coniugale già compromesso, non avrebbe più consentito la prosecuzione dell’unione e pertanto non si può parlare di “colpa” nel senso di comportamento cosciente e volontario che viola il dovere di fedeltà. Tale relazione omosessuale non costituisce di per se pregiudizio per le figlie che possono continuare ad abitare con la madre, con l’unica cautela di evitare che la frequentazione della compagna avvenga in loro presenza.

Secondo quanto deciso dal Tribunale di Milano con la sentenza 19 marzo 2014 la relazione omosessuale intrattenuta dalla moglie non costituisce violazione dei doveri matrimoniali, quando si colloca nel quadro della crisi coniugale e personale della coppia, che ha coinciso con la scoperta della propria omosessualità da parte della donna. Né il vivere tale omosessualità costituisce pregiudizio per le figlie minori che possono risiedere prevalentemente con la madre.

Il caso

La coppia, di cui lei di nazionalità spagnola, sposata dal 1999 con due figlie di 12 e 8 anni, giunge alla richiesta di separazione avviata dal marito, il quale chiede anche l’addebito alla moglie a causa della stabile relazione affettiva con un’altra donna, residente nel medesimo condominio dove i coniugi vivono.

Secondo l’uomo, la moglie aveva progressivamente trascurato i propri compiti di accudimento delle figlie, a causa della nuova relazione, per questo motivo chiedeva l’affidamento esclusivo delle minori e l’assegnazione della casa coniugale.

La moglie, pur non negando la relazione sentimentale intrapresa, riconduceva l’inizio della crisi dei rapporti coniugali al 2009 a causa del progressivo disinteresse del marito nei suoi confronti, tanto che da oltre due anni i coniugi non avevano rapporti sessuali.

I provvedimenti nei confronti dei minori

Nella prima fase innanzi al Presidente Delegato è stata disposta una CTU psicologica che valutasse l’idoneità genitoriale delle parti, il rapporto tra le figlie minori con ciascuno dei genitori ed il regime di affidamento e collocamento più adatto a loro.

Nella perizia, si riscontrava la capacità genitoriale di entrambi i coniugi, e si sottolineava l’opportunità di non coinvolgere le minori nei nuovi rapporti di coppia dei genitori, in particolare quello della madre con la compagna, vista la particolare situazione e il giudizio non positivo come figura di riferimento per le figlie. Sulla base di tali valutazioni erano emessi i provvedimenti provvisori ed urgenti che disponevano l’affidamento condiviso delle minori ad entrambi i genitori ed il loro collocamento prevalente presso la madre, con ampia facoltà di frequentazione da parte del padre.

Avverso l’ordinanza presidenziale, l'uomo ha proposto reclamo ottenendo una riforma del provvedimento che vietasse qualsiasi contatto tra le minori e la compagna della moglie, né nell’abitazione in cui le bambine vivono con la madre, né altrove.

L’assenza di "colpa" della moglie

Quanto alla richiesta di addebito della separazione, il Tribunale milanese ritiene la relazione omosessuale della moglie come causa della definitiva rottura dell’unione della coppia, ma in un quadro di crisi coniugale già esistente.

Infatti, la scoperta dell’omosessualità della moglie non avrebbe più consentito la prosecuzione dell’unione con il marito e pertanto non si può parlare di “colpa” nel senso di comportamento cosciente e volontario che viola il dovere di fedeltà. La crisi del rapporto e la concomitante presa di coscienza della propria omosessualità da parte della moglie, farebbero parte di un’evoluzione del rapporto matrimoniale, senza che si possa in qualche modo configurare violazione dei doveri nascenti dal matrimonio. Per questo motivo non può essere dichiarato l’addebito della separazione alla moglie. Inoltre la relazione non è stata resa pubblica e non pertanto non c’è stata lesione della reputazione del marito.

Le cautele imposte per le figlie minori

Quanto invece alle modalità di frequentazione delle figlie con ciascun genitore, la sentenza definitiva recepisce la modifica effettuata dalla Corte di Appello in sede di reclamo, disponendo che le figlie minori non frequentino la compagna della madre.

Viene disposto infine che il servizio sociale effettui il monitoraggio sulle figlie minori riferendo l’eventuale insorgere di disagi o di difficoltà derivanti dalla conflittualità tra i genitori e verifichi che la relazione della madre non crei un danno alle bambine. Invita i coniugi a seguire un percorso di sostegno psicologico.

E’ principio pacifico in giurisprudenza che, ai fini della pronuncia di addebito della separazione, non è sufficiente il comportamento tenuto in violazione dei doveri coniugali, ma è necessario che questo sia la causa unica o prevalente dell’intollerabilità della convivenza (Cass. Civ. n. 8862/2012, Cass. Civ. n. 8873/2012 e Cass. Civ. n. 21245/2010).

Nel caso specifico la sentenza va oltre, in quanto si afferma che pur essendo la relazione omosessuale “causa ultima” della rottura matrimoniale, non ha i tratti della “colpa” intesa come comportamento cosciente e volontario contrario ai doveri nascenti dal matrimonio. La scoperta dell’omosessualità ha inciso piuttosto sull’evoluzione del rapporto che non poteva più essere portato avanti a causa del nuovo orientamento sessuale di un coniuge. Fonte Altalex

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