La mamma strangolata in casa. Il marito scrive: «Sono innocente, ecco perchè»

«Sono indagato ma non conosco le ragioni, ho sempre risposto alle domande che mi hanno posto gli inquirenti per collaborare alla ricerca dell’assassino ma dopo due mesi di silenzio non posso accettare alcune distorsioni mediatiche che leggo ed ascolto». Una lettera dai toni garbati, quella a firma di Emilio Lavoretano (marito di Katia Tondi, la trentunenne trovata strangolata il 20 luglio nell’appartamento di San Tammaro dove viveva con il marito e il figlio), inviata ieri alla stampa in cui - senza particolari irruenze - si limita ad ricordare alcuni passaggi dell’inchiesta che non corrispondono esattamente ai fatti che ha vissuto e sta vivendo. All’indomani della messa in onda di un servizio televisivo su Katia, Lavoretano sottolinea come alcuni ragionamenti veicolati in questi giorni da parte di media ed opinionisti - «che dovrebbero avere il fine della verità» - possano risultare non utili alle indagini. «Io non so chi è entrato nella nostra casa e quale scopo avesse - racconta Emilio, incriminato di recente, a piede libero, per omicidio - ma la porta d’ingresso dell’appartamento, dove vivevo con Katia, aveva segni di scalfitura sul copri-toppa esterno ed una deformazione del telaio. Voglio precisare anche che la somma di denaro a cui si fa spesso riferimento e che non è stata rubata, era in un salvadanaio che io e Katia tenevamo per affrontare le spese del battesimo di nostro figlio».
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