Femminicidio: «La mia vita in questura ascoltando storie di donne disperate»

Ancora un femminicidio, ancora una donna uccisa dal suo uomo, il marito che non condivideva la decisione della moglie di volersi separare. È accaduto l’altra sera in provincia di Siracusa: Antonio Mensa, di 58 anni, ha ucciso con un colpo di fucile caricato a pallettoni, sotto gli occhi del figlio di 4 anni, Antonella Russo di 48. Poi ha rivolto l'arma verso se stesso e si è tolto la vita. «Le tragedie delle ultime ore impongono una svolta: non sottovalutare nessuna denuncia, dare subito risposte investigative, organizzare nella società di ogni giorno una rete di assistenza per chi subisce violenza», avverte Francesca Monaldi, vicequestore che dal 1993, quando non c’era ancora l’inglese a far conoscere un dramma come lo stalking, vive a diretto contatto con i drammi e le violenze sulle donne. Le è mai capitato di dover supplire alla carenza della rete protettiva esterna? «Quante sere, nel mio ufficio, su un divanetto ho dovuto ospitare donne stremate, annullate, disperate. L’unico ristoro, a tarda sera, era una pizza da consumare insieme continuando a far percepire un’accoglienza che garantisse un recupero progressivo della serenità nei momenti del drammatico racconto. E sorbire un caffè, tirando fino all’alba. Mi rendevo conto che non avevo di fronte carte anonime ma cartelle che si riempivano di vite vissute, disgraziate, da riscattare». Non c’erano centri antiviolenza disponibili ad accogliere la vittima? «I centri avrebbero bisogno di maggiore copertura finanziaria. È li che si crea la rete sociale della prevenzione ed è lì l’approdo per proteggere le donne disperate che denunciano». Giorni difficili, segnati da nuove tragedie. Cosa fare? «Rafforzare gli strumenti della prevenzione, rispondere subito alle denunce, scavare dietro ogni dramma. E, soprattutto nessuna denuncia, resti inascoltata anche se non basta la pur lodevole ed encomiabile opera repressiva».Fonte: Il Mattino
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