Ti voglio bene da morire: quando la violenza si consuma tra le mura domestiche

Gesti all’apparenza inspiegabili che sempre più spesso appaiono come drammi della follia, le violenze intrafamiliari, anche quelle che non arrivano all’omicidio sono in aumento. Si pensi che per una donna il luogo più pericoloso sono le mura di casa (infatti solo il 20% degli stupri viene consumato da sconosciuti), per il resto bisogna cercare tra ex mariti, ex fidanzati, conviventi e conoscenti.
La violenza, è una delle manifestazioni dell’agire umano che si esprime non solo nelle relazioni interpersonali, ma soprattutto nei contesi più allargati che costituiscono il tessuto sociale.
Il primo nucleo, il primo contesto nel quale essa ha la possibilità di manifestarsi è senza dubbio quell’insieme di relazioni che viene definito famiglia. Il nucleo familiare pertanto va considerato come un microcosmo che comprende e porta con sé un insieme di problemi non solo individuali, ma soprattutto interpersonali, pertanto la famiglia viene considerata luogo in cui questo tessuto di relazioni si manifesta sia in maniera “funzionale” sia in modo “disfunzionale”.
 I sentimenti più profondi trovano così posto e modo di esprimersi.
I sentimenti positivi favoriscono e cementano l’unione tra i componenti del nucleo stesso quali ad esempio, l’affetto, il prendersi cura reciprocamente, l’amore, mentre i sentimenti negativi, che vanno dal distacco emotivo alla diffidenza, all’ostilità, generano rabbia e si manifestano attraverso forme sempre più gravi di aggressività fino a sfociare in veri e propri atti violenti. La violenza familiare è senz’altro un fenomeno che per molto tempo è stato sottaciuto con la complicità delle tradizioni culturali o, per meglio dire, di quella disuguaglianza "biologica" fra i sessi che ha posto per molti anni, forse troppi, la donna in veste subalterna rispetto all’uomo.
Si tratta di retaggi di una cultura patriarcale i cui resti sopravvivono nel presente negando alle donne la completa indipendenza. Tant’è che ancor oggi certi "uomini padroni" non accettano che la propria compagna, o moglie che sia, recida le insidie del loro potere e controllo.
Insomma, la libertà femminile è considerata un oltraggio insopportabile, una ferita che svilisce e fa scattare la molla delle aggressioni.
La letteratura criminologica mette in evidenza che per parlare di vero e proprio maltrattamento è necessario che la donna subisca almeno 2 cicli completi di violenza. Il ciclo della violenza si caratterizza per la presenza di 3 fasi distinte e che immancabilmente si ripetono: nella prima fase vi è un accumulo di tensione emotiva da parte dell'uomo; nella seconda fase questa tensione esplode contro la donna; nella terza fase, anche detta "fase della luna di miele", l'uomo si pente del suo gesto tornando ad essere dolce e premuroso con la donna Fattore dominante di chi scatena violenza nell’apparato familiare infatti, sono proprio l’impulsività e il cattivo controllo delle proprie emozioni. In molti di questi atti violenti non c’è l’intenzione di uccidere, piuttosto si vuole colpire, far male, ma sempre più spesso però si finisce per uccidere in quanto il tutto è generato da un impulso emotivo e istintivo molto forte. Altra caratteristica rilevante di chi commette violenza in famiglia è la scarsa empatia intesa come incapacità di rendersi conto di ciò che l’altro prova per lui.
Secondo un recente studio dell’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) il fenomeno del maltrattamento domestico verso le donne avrebbe assunto negli ultimi tempi dimensioni preoccupanti.
Sempre più donne subirebbero violenza di ogni tipo,(fisica, psicologica ed economica) ma senza denunciarla. Le motivazioni di questa resistenza non sempre appaiono comprensibili, ci si chiede in sostanza perchè le donne che avrebbero a disposizione leggi ad hoc e sostegno di ogni tipo, sono sempre più reticenti nel denunciare la violenza subita.
Una delle spiegazioni maggiormente plausibile per spiegare l’elevato numero oscuro nella violenza domestica è quella che vede la donna vittima soffrire di una vera e propria sindrome: la Sindrome della Donna Maltrattata. In particolare, il primo stadio di questa sindrome sarebbe rappresentato dalla così detta “Negazione”.
Le donne negherebbero agli altri, e prima ancora a loro stesse, di essere vittime di violenza, giustificando il comportamento del partner, e ciò avviene maggiormente in presenza di figli piccoli. In realtà scatta nella donna maltrattata un meccanismo di difesa nei confronti di quella famiglia che con tanti sacrifici ha masso su. Così facendo si passa ad una vera e propria vittimizzazione della donna: infatti la violenza ripetuta e continuata distrugge nella stessa l’autostima e l’autodeterminazione.
La violenza domestica può insorgere in qualsiasi momento della relazione: a volte si presenta subito, a volte si verifica in concomitanza della nascita di un figlio; a volte subentra dopo tanti anni di matrimonio, anche la frequenza e la gravità degli episodi di violenza sono estremamente variabili.
D’altro canto gli uomini che usano tanta violenza nei confronti di mogli e/o conviventi sono uomini piuttosto deboli che con i loro gesti cercano solo di affermare il potere e il ruolo del maschio. Il partner violento agisce in modo tale da creare un clima di tensione e di isolamento che si realizza attraverso minacce, divieti, colpevolizzazione e denigrazione della donna.
Solitamente la frequenza e la gravità degli episodi tendono ad aumentare col tempo, sino a quando le donne, dopo vari tentativi di ricomposizione e recupero della relazione non decidono di sottrarre sé stesse e i propri figli a tale situazione di sopraffazione. Non trascurabili sono poi le conseguenze che questo clima di tensione e violenza porta sui membri dell’intera famiglia.
Sul piano psicologico si ha l'ansia e la paura per la propria situazione e per quella dei propri figli, l'autocolpevolizzazione, un profondo senso di impotenza e di depressione. Sul piano fisico oltre ai traumi dagli esiti reversibili, l'insorgere di problemi psico-somatici, disturbi del sonno, danni permanenti alle articolazioni, cicatrici, perdita parziale dell'udito e/o della vista, etc. Sul piano materiale e relazionale porta soprattutto l'isolamento, l'assenza di comunicazione e di relazioni con l'esterno, la perdita di relazioni amicali. E' inoltre importante ricordare che la violenza produce effetti e conseguenze gravissime non solo sulla donna, ma anche sui figli, sia che siano essi stessi maltrattati, sia che "semplicemente" assistano agli episodi di violenza. I bambini e le bambine che assistono a scene di violenza domestica o che ne sono stati/e vittime in prima persona, mostrano problemi di salute e di comportamento, tra cui disturbi di peso, di alimentazione o del sonno. Possono avere difficoltà a scuola e non riuscire a sviluppare relazioni intime positive. Possono cercare di fuggire da casa fino mostrare tendenze suicide. La violenza intrafamiliare investe tutti i ceti sociali, si manifesta anche in famiglie benestanti con titoli di studio elevati. Certo poi accade ancora di più laddove non c’è alcun tipo di dialogo tra i coniugi ma si passa subito all’atto violento come unico mezzo di comunicazione. Del resto il disagio familiare nel momento in cui tocca la punta dell’icerberg con il delitto, rivela nient’altro che emozioni di rovina e disperazione.
Delitti di figli, di padri, di madri che pongono in essere la non-famiglia, la famiglia dissolta, naufragata, sopraffatta dal tornaconto individuale rispetto al vincolo di sangue e dell’amore.
Il seme della violenza può crescere strisciante nel silenzio ed esplodere rumorosissimo all'improvviso, si fa presto ad arrivare al crimine, quando l'amore è malinteso, delirante, ossessivo e non accetta la frustrazione del rifiuto e della fuga.
Dal lato sociale, tutto ciò esigerebbe aiuto e sostegno più vigile, a capire per tempo i segni premonitori del disagio relazionale, a intercettare il dolore e a dare soccorso finchè si è in tempo senza chiudersi dentro il vuoto che ci circonda pronti subito a chiamare “follia”le future atrocità a cui dobbiamo soggiacere. 
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